Come partecipare alla Messa?

Nel Sacrificio Eucaristico Gesù rinnova il suo Sacrificio sulla Croce, ma non da solo. Egli unisce a sé la Chiesa e i presenti nel suo gesto redentivo, di glorificazione del Padre e di salvezza del mondo, e con la trasformazione del pane e del vino nel Suo Corpo e Sangue rende attuale la sua presenza nella Chiesa fino a unirsi intimamente ai presenti mediante la Comunione Eucaristica per fare di tutti un solo Corpo e un solo Spirito con Lui stesso.

Il Sacrificio Eucaristico non è quindi opera dell’uomo, ma di Cristo: è Dio stesso ad agire, e noi siamo coinvolti in questo agire di Dio.

Scrive il Card. Ratzinger: “Qui dovrebbe essere chiaro a tutti che le azioni esteriori sono del tutto secondarie… e ciò che conta è ciò che dà spazio all’azione di Dio. Chi ha capito questo comprende facilmente che ora non si tratta più di guardare il sacerdote, ma di guardare insieme il Signore e di andarGli incontro. La comparsa quasi teatrale di attori diversi, cui oggi è dato di assistere soprattutto nella preparazione delle offerte, passa semplicemente a lato dell’essenziale. Se le singole azioni esteriori (che vengono artificiosamente accresciute di numero) diventano l’essenziale della liturgia, e questa stessa viene degradata a un generico agire, allora viene misconosciuto il vero teodramma della liturgia, che viene ridotta a parodia.

La vera educazione liturgica non può consistere nell’apprendimento e nell’esercizio di attività esteriori, ma nell’introduzione nell’azione essenziale che fa della liturgia la potenza trasformante di Dio, il quale attraverso l’evento liturgico vuole trasformare noi stessi e il mondo. A questo riguardo l’educazione liturgica di sacerdoti e laici è oggi deficitaria in misura assai triste” (J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, Ed. Paoline, pp.230, a p. 169s).

Lo spirito con cui dobbiamo partecipare al Sacrificio Eucaristico è indicato nell’Enciclica Mediator Dei con questo insegnamento di Pio XII:

“Gesù è vittima, ma per noi, sostituendosi all’uomo peccatore. Ora il detto dell’Apostolo ‘Abbiate in voi lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù’ esige da tutti i cristiani di riprodurre in sé, per quanto è in potere dell’uomo, lo stesso stato d’animo che aveva il divino Redentore quando faceva il sacrificio di Sé, cioè l’umile sottomissione dello spirito, l’adorazione, l’onore, la lode e il ringraziamento alla somma Maestà di Dio; richiede inoltre di riprodurre in se stessi le condizioni di vittima, cioè l’abbandono di sé secondo i precetti del Vangelo, il volontario e spontaneo esercizio della penitenza, il dolore, l’espiazione dei propri peccati. Esige, in una parola, la nostra mistica morte in croce con Cristo, in modo che possiamo dire ‘Sono confitto in croce con Cristo’ “.

Molti si lamentano che la Messa sia ridotta a spettacolo. La Messa spettacolo infastidisce, ma non cesserà finché il celebrante sarà rivolto al popolo.

Il card. Ratzinger scrive. “L’idea della Messa come convito ha introdotto una clericalizzazione senza precedenti. Ora infatti il presidente diventa un vero e proprio punto di riferimento di tutta la celebrazione. Termina tutto su di lui.

E’ lui che bisogna guardare, è alla sua azione che si prende parte, è a lui che si risponde, è la sua creatività a sostenere l’insieme della celebrazione. Il sacerdote rivolto al popolo dà alla comunità l’aspetto di un tutto chiuso in se stesso…

Con lo stesso orientamento del sacerdote e del popolo … verso il Signore, non si chiudono in cerchio, ma come popolo in cammino sono in partenza verso il Cristo che avanza e ci viene incontro” (J. Ratzinger, Introduzione ecc. p. 76).

E ancora: “Resta essenziale, nella celebrazione eucaristica, il comune orientamento (del celebrante e del popolo). Non è importante lo sguardo rivolto al sacerdote, ma l’adorazione in comune, l’andare incontro a Colui che viene. Non il cerchio chiuso in se stesso esprime l’essenza (del Sacrificio Eucaristico), ma la partenza comune che si esprime nell’orientamento comune… Il sacerdote è forse più importante del Signore? Questo errore dovrebbe essere corretto il più presto possibile” (J. Ratzinger, Introduzione ecc. p. 77,79).

 

Incentrare il cuore

 

   Tutti sappiamo che cosa significa centrare: è puntare bene la freccia verso il suo bersaglio. Incentrare il cuore è assumere tutte le forze del cuore per orientarlo verso il suo centro, il suo vero bene, il fine. Molte vite sono decentrate, orientate male, e a volte anche al male.

   Gesù ci insegna: "Dov'è il vostro tesoro, ivi sarà anche il vostro cuore" (Lc 12, 34). Il cuore di ogni uomo gravita verso ciò che considera il suo bene, ciò per cui vive. Ognuno ha la sua opzione di fondo, ciò che ama più di tutto il resto, per cui rinuncia a tutto pur di non perderlo. Chi ha trovato la perla preziosa, vende tutto pur di conquistarla (v. Mt 13, 44s).

   Sant'Agostino identifica questa opzione di fondo tra due contrapposti: "Ami la terra? Sei terra. Ami Dio? Che devo dire? Dico che sei Dio", il che acutamente significa: noi siamo ciò che amiamo, ciò verso cui gravitiamo più fortemente.

   Occorre fare un'analisi acuta sulla nostra gravitazione di fondo. Alcuni vivono per il denaro, una madre per il proprio figlio, una sposa per il marito, altri si appassionano per il lavoro in modo che la stessa famiglia passa in secondo piano. Molti si appassionano per cose ignobili, peccaminose: rincorrono il denaro, oppure il piacere, il potere.

   Sappiamo che tutto passa, e Dio solo resta. Astrattamente siamo convinti di dover vivere per Dio, ma di fatto il cuore gravita spesso verso ciò che non è Dio e si disperde in mille rigagnoli effimeri, mentre una cosa sola è necessaria, e Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta (Lc 10, 41s).

   Finché cadiamo in peccato, Dio non è il nostro vero centro, perché il peccato è utendis frui (S. Agostino), ossia usare ciò che è solo mezzo come se fosse il fine: amare altro che non è Dio, e in radice amare se stessi più che Dio. Il peccato è decentramento del cuore. Il vero dilemma è tra due competitori: o Dio o l'io. Si tratta di due opposti centri di gravitazione del cuore, nei quali si decide la nostra salvezza o dannazione.

 

Centrare il fine

 

   Ora occorre precisare qual è il fine, lo scopo per cui siamo creati, il giusto approdo salvifico della nostra esistenza, fuori del quale siamo perduti: "Che giova infatti all'uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde la propria anima?" (Mt 16, 26). La Scrittura risponde: Ogni cosa Dio ha creato per se stesso (Prov 16, 4). Non essendoci altro bene stabile e a lui superiore, Dio non poteva crearci per un fine superiore a Lui stesso, e ci ha creati per sé: "Tutti quelli che portano il nome di miei, per la mia gloria ho creati, formati, compiuti" (Is 43, 7). Fine più alto Dio non poteva dare alla nostra esistenza.

   Il fine, ciò per cui viviamo, per molti rimane un enigma: Montesquieu, gran teorico della rivoluzione, sentenziava beffardo: "Mangiare è uno dei quattro scopi della vita, ma quali siano gli altri tre non l'ho mai saputo". Senza salire a sì sublimi intelletti, chiediamo a un pescatore:

   - Perché peschi? - Per prendere pesci!

   - E perché prendi pesci? - Per mangiarli!

   - E perché mangi? - Per vivere!

   - E perché vivi?...

   L'ultima domanda rimane per i più molto imbarazzante e senza risposta. Eppure ci riguarda più di tutto il resto.

   Questo fine rimane come nostra profonda esigenza, come dice S. Agostino: "O Dio, tu ci hai creati per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te".

   Bene ha centrato il suo cuore la santa giovane Luisa Margherita Claret de la Touche scrivendo nel suo diario: "Parla, o Signore! Voglio intraprendere tutto, fare tutto per contemplare la tua faccia, per godere la tua dolce pace. Voglio venire dritto verso di Te, Signore! Tutto ciò che mi impedirà il cammino, lo spezzerò! Se sono gli amici, li lascio; se sono i beni, li distribuisco; se è il cuore, lo strappo; se è il corpo, che sia distrutto.  Resta, o Signore! Riempi bene la mia anima e il mio cuore: che nulla di estraneo, nulla di creato vi si possa intromettere". Che splendido incentramento del cuore!   

   E' l'anelito del Salmista, che effonde il suo cuore a Dio:

   "Io son sempre con Te!

   Tu mi tieni per la destra,

mi guiderai con il tuo consiglio

e mi accoglierai nella gloria.

   Che c'è per me in cielo fuori che Tu?

Né sulla terra altro bramo.

   Vien meno la mia carne e il mio cuore:

rocca del mio cuore e mia porzione è Dio per sempre...

   Per me il bene è stare presso Dio

e riporre nel Signore Dio il mio rifugio,

per raccontare tutte le opere di Lui" (Sal 72, 23s).

 

"Amerai il Signore Dio tuo" 

 

   Per incentrare il nostro cuore in Lui, Dio ci ha dato il primo comandamento: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze, con tutta la tua mente" (Lc 10, 27). Il primo comandamento abbraccia tutto l'uomo per orientarlo a Dio come Primo Amore. Le esigenze di questo amore sono espresse da Gesù con parole che indicano la sua priorità su tutto il resto: "Chi ama il padre o la madre più di Me, non è degno di Me" (Mt 10, 37); "Chi non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo" (Lc 14, 33).  Se uno non rinuncia alla sua stessa vita non può essere mio discepolo" (v. Mc 8, 35, ecc.).

   Il cuore deve gravitare verso Dio trascinando tutte le altre facoltà, tutto l'uomo. Non è tanto questione di sentimento, ma di volontà, perché ciò che conta davanti a Dio sono gli atti dell'anima, ma nei santi entrava in gioco anche il corpo con l'estasi e altri fatti, per cui spasimavano verso Dio, verso l'Eucaristia. Santa Caterina da Siena entrava spesso in estasi davanti all'Eucaristia, al punto di non accorgersi delle busse che le davano perché uscisse di chiesa dopo le celebrazioni. Gesù le spiegò che essa entrava in estasi perché la sua anima era più unita a Lui che al proprio corpo. Come Alexandrina da Costa e altri mistici, viveva di sola Eucaristia. Padre Pio avrebbe voluto rimanere continuamente all'altare nonostante le sofferenze che gli costava la celebrazione della Messa. Sant'Alfonso, san Filippo Neri, san Giuseppe da Copertino e altri santi soffrivano spasimi nel non poter comunicarsi. San Giovanni della Croce disse che la pena più forte durante la sua prigionia fu il non potersi comunicare. San Leonardo e Padre Pio dicevano che se gli uomini capissero che cos'è l'Eucaristia, occorrerebbe difendere il tabernacolo con inferriate o con i carabinieri. 

   Del resto il primo esemplare di questo amore è Cristo stesso, che visse nell'incessante tensione di compiere la volontà del Padre e fin dall'inizio dell'Incarnazione spasimava di offrirsi per noi, come disse egli stesso: "Fuoco sono venuto a gettare sulla terra, e quanto desidero che divampi! In un bagno devo essere immerso, e quanta ansia sento finché sia compiuto!" (Lc 12, 49)". E rivelò a santa Caterina da Siena: "Figlia mia, la pena del mio corpo fu finita, ma il santo desiderio non finisce mai. Io portai la croce del santo desiderio. E non ti ricordi, figliola mia, che una volta, quando ti manifestai la mia natività, tu mi vedevi fanciullo parvolo, nato con la croce al collo? Perch'io ti fo sapere come io, Parola Incarnata, quando fui seminata nel ventre di Maria, mi si cominciò la croce del desiderio ch'io avevo di fare l'obbedienzia del Padre mio, d'adempiere la sua  volontà nell'uomo; cioè che l'uomo fusse restituito a grazia e ricevesse il fine pel quale egli fu creato. Questa m'era maggior pena che verun'altra ch'io portassi mai corporalmente. E perciò lo spirito mio esultò con grandissima letizia, quando mi vidi condotto all'ultimo, e specialmente nella cena del giovedì santo. E perciò io dissi: 'Con desiderio ho desiderato di fare la Pasqua', cioè di fare il sacrificio del mio corpo al Padre. Grandissima letizia e consolazione avevo, perché vedevo apparecchiare il tempo disposto a tormi questa croce del desiderio; cioè quanto più mi vidi giungere a flagelli e tormenti corporali, tanto più mi scemava la pena. Ché con la pena corporale si cacciava la pena del desiderio, perocché vedevo compiuto quello che desideravo" (Lettera 16).

Sono parole che ci rivelano fino a che punto Gesù  è Amore! (1 Gv 4, 8).

   Come gravitiamo verso l'Eucaristia, verso Gesù presente tra noi? Egli disse a una santa: "Io conto le ore e iminuti che mancano alla tua Comunione! Se non avessi istituito l'Eucaristia, la istituirei per te!". Gesù sa quanto vale Dio, e anche quanto vale un'anima dedita a Lui!    

 

Amare è adorare      

 

  Come possiamo dimostrare l'amore verso Dio? Che cosa possiamo offrirgli? Se ogni bene viene da Lui, non possiamo offrirgli altro che riconoscere che tutto viene da Lui. Questo riconoscere si esprime  anzitutto nell'adorare.

   Gesù stesso ha dettato a santa Caterina da Siena il più radicale  riconoscere nel celebre assioma: "Io sono Colui che E', tu sei colei che non è", ossia che non esiste se non in forza di Dio Creatore. E' un assioma da approfondire con tutto il cuore per assaporare la prima grande verità che ci riguarda. L'accettazione di questa verità primordiale ci colloca al nostro giusto posto, di esseri contingenti, che non hanno in sé la forza di essere e la ricevono ogni istante da Dio.

 

   l. Si tratta di accettare Dio, innanzi tutto. L'ateismo è ribellione. Il famoso Clemenceau, detto La Tigre, ha voluto essere sepolto in piedi, in atteggiamento di contestazione di Dio: ora giace in piedi tra gli Immortali della massoneria, ma che gli giova? Ho conosciuto un giovane, molto dotato, ma affetto da fragilità nervosa: si ribellava a Dio per questa debilitazione e ha preso una piega molto triste.  

   Accettare Dio può divenire anche un atto eroico, quando si è colpiti da grandi mali, ma Giobbe disse:

   "Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi tornerò:

il Signore ha dato, il Signore ha tolto:

sia benedetto il nome del Signore" (Gb 1, 21).

   L'accettazione profonda di Dio, del suo Essere trascendente, ci pone tra gli adoratori che adorano Dio in Spirito e Verità. E' la base di tutta la costruzione spirituale: è l'umiltà. Sant'Agostino radicalizza due opposte posizioni di fronte a Dio: "Amor Dei usque ad contemptum sui, amor sui usque ad contemptum Dei: L'amore di Dio giunge fino al disprezzo di sé, l'amore di sé giunge fino al disprezzo di Dio".

  Si tratta anche di accettare se stessi, con i propri limiti: non possiamo vantare alcuna pretesa di fronte all'Altissimo. Dio non è tenuto con nessuno, tutto è dono, tutto è grazia. La pietra ringrazia di essere pietra, il fiore di essere fiore. Altri ha più di me: Dio sia benedetto!

 

   2. Il riconoscere diventa quindi anche riconoscenza, gratitudine, Eucharistia. Il ringraziamento è una faccia dell'adorazione. La Chiesa invita a rendere grazie a Dio per la sua stessa gloria immensa, per avercela rivelata. Quindi per il dono dell'intelligenza, che è un riflesso della sua gloria. Poi per tutte le grazie che Dio ci dona. L'Apostolo rimprovera gli increduli perché conoscendo Dio (mediante la creazione) non lo hanno onorato come Dio, né gli hanno reso grazie (Rm 1,21). E Gesù stesso si è lamentato dell'ingratitudine dei lebbrosi guariti: "Non sono stati guariti dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato chi tornasse per dar gloria a Dio se non questo straniero?" (Lc 17, 11).

   Dobbiamo quindi ringraziare Dio per tutti i suoi doni, come invita la Chiesa: "Vi adoro, mio Dio, Vi amo con tutto il cuore, Vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano...". E' grazia immensa accorgerci di tutte le finezze di Dio per noi: il modo migliore di ottenere grazie è rendersi conto della sua generosità. Se lo trattiamo da Gran Signore, Dio si mostra Gran Signore con finezze commoventi.

 

   3. Nell'adorazione è implicita l'espiazione, la riparazione delle offese fatte a Dio. Il gesto supremo di riparazione è la passione e morte di Gesù in croce, con cui Gesù si sottomette al Padre in obbedienza perfetta per riparare le disobbedienze degli uomini: Egli si è addossato i nostri malanni e si è caricato i nostri dolori..., fu trafitto per i nostri misfatti, calpestato per le nostre colpe; la punizione per noi salvifica fu inflitta a lui, e le sue piaghe ci hanno guariti (Is 53, 4s).

   La Redenzione è avvenuta mediante l'intera sottomissione di Gesù al Padre per restituirgli l'adorazione che gli è dovuta: Benché fosse il Figlio, dai patimenti sofferti conobbe a prova la sottomissione, e reso perfetto divenne autore di salvezza eterna per tutti i sottomessi a Lui (Eb 5, 8s).

   Il peccato, l'offesa a Dio pagata a sì caro prezzo, non è cosa da poco: il senso dell'adorazione è congiunto con la percezione acuta della gravità del peccato e con l'impegno di purificazione del cuore.

 

   4. Anche la preghiera di richiesta e l'implorazione sono espressioni dell'adorazione: sono un riconoscimento implicito della nostra dipendenza da Dio per ogni bene, del suo dominio sul creato, della sua munificenza e signorilità. Dio ama chi gli chiede cose grandi, chi  onora la sua indole di Gran Signore della Vita  (Archegos tes Zoes), chi non presume di sé e tutto attende da Dio con fiducia illimitata: "Senza di me non potete far nulla" (Gv 15, 5).

 

 

Fede è Sicurezza

 

Parlando di stabilità, solidità, sicurezza, la Scrittura indica il modello più alto in Dio, usando queste espressioni: Tu, o Dio, rimani in eterno (Sal 101, 13); Dio solo è il Giusto, l'Onnipotente ed Eterno (Mc 1, 25); La sua fedeltà rimane in eterno (Sal 116, 2); Eterna è la sua misericordia (Sal 102, 17); oppure espressioni equivalenti attinte dalla considerazione delle sue opere: Con la sua parola Dio ha reso stabile il cielo (Sal 32, 6); Ti amo, Signore, mia roccia di rifugio e mio baluardo (Sal 17, 1s).

Tutto quello che Dio fa, rimane stabile, acquista consistenza incrollabile, come il firmamento (=ciò che rimane fermo, saldo, irremovibile), la terra, il regno di Davide, il regno di Gesù, la Chiesa fondata su Pietro, i credenti che si affidano a Lui. Per dare credibilità alla sua parola, Dio giura per se stesso (Gn 22, 16), non essendoci altro riferimento più stabile della sua divinità.

Tutto il resto è instabile, precario, si logora come un vestito (Sal 101, 27). Tutto passa, Dio solo resta, ma chi aderisce al Signore, fa un solo spirito con Lui (1 Cor 6, 17), ossia acquista la sua consistenza, la sua irremovibilità. Questa consistenza ci è data dunque dall'adesione a Dio, alla sua parola: ci è data dalla Fede.

Alla Fede ci richiama l'Apostolo, per non essere come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina tra i raggiri degli uomini e la loro scaltrezza a inoculare l'errore; ci esorta ad operare secondo verità (Ef 4, 14s).

Oltre che sulla fedeltà di Dio la nostra fede si fonda sulla sua onnipotenza. Nulla è impossibile a Dio. La sua onnipotenza è in sé infinita, ma viene limitata dalla nostra fede. Gesù ci insegna: "Se eveste fede come un granellino di senape, potreste dire a questo monte 'Spostati di qua a là', ed esso si sposterebbe, e nulla vi sarà impossibile (Mt 17, !9; v. anche Lc 17, 6).

La prima e più grandiosa manifestazione dell'onnipotenza di Dio sta nella Creazione, e ancor più nella Redenzione. A Isaia, impressionato della decadenza dell'uomo, sembrò di chiedere l'impossibile gridando a Dio: "Oh, se squarciassi i cieli e discendessi!" (Is 64, 1). Ma Dio gli rispose con la profezia "La vergine concepirà e darà alla luce un figlio e gli porrà il nome Emmanuele" (="Dio con noi": Is 7, 14), promettendo l'Incarnazione del Figlio suo.

Che Dio si faccia uomo e muoia in croce è cosa talmente al di sopra dei nostri intendimenti, che possiamo credere solo al pensiero che Dio è Amore (1 Gv 4, 8). Giustamente la Chiesa esalta Dio che ha creato il mondo in modo mirabile, e lo ha redento in modo ancor più mirabile (Offertorio preconc.). E l'Apostolo trae la riflessione logica: "Se Dio ci ha dato il suo Figlio, come non ci darà ogni altro dono insieme con Lui?" (Rm 8, 32).

La prima Fede che sposta le montagne è credere nell'Amore, è la certezza che Dio ci ama: "Noi abbiamo creduto nell'Amore" (1 Gv 4, 16). Allah che vuole la guerra santa non è amore, non è Dio, ma un demonio; il vero paradosso divino si verifica quando il sacerdote alza la fragile Ostia che contiene Colui che sostiene le sconfinate galassie!

 

Fede contemplativa

In un certo senso l'intera natura vive di fede, affidandosi inconsciamente al disegno di Dio che non muta. La sua inconcussa stabilità ci consente di contare sulla solidità della terra per camminare senza timori, sulla legge di gravità per costruire case e tenere le cose in ordine , sulle frequenze ondulatorie per trasmettere messaggi a distanza. Noi viviamo sulla solidità delle creature di Dio.

La Scrittura allude continuamente ai fatti naturali per insegnarci le cose spirituali, anzi possiamo dire che tutto il linguaggio spirituale si snoda sulle nostre esperienze naturali, come quando diciamo "camminare nelle vie del Signore, ascoltare la parola di Dio, Dio è la roccia che ci salva, Dio è luce, ecc.".

Dio però interviene nella storia per informarci di ciò che la natura non ci dice, e ci rivela un mondo superiore, il mondo invisibile in cui Egli vive e che ci riserva come approdo dell'esistenza. Ci rivela la Trinità delle Persone nell'unità della natura divina, l'esistenza di creature angeliche, l'Incarnazione del Verbo, la Redenzione, la presenza reale di Gesù nell'Eucaristia, l'elevazione alla grazia, l'attendibilità delle Scritture, il Paradiso e l'inferno. Contemplando con la mente e aderendo con la volontà alla sua Rivelazione noi abbiamo una guida sicura verso la verità tutta intera promessa da Gesù mediante il suo Spirito (Gv 16, 12s). Gesù solo può dirci: "Io sono la luce del mondo: chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8, 12).

Contemplando le verità rivelate, siamo elevati a vivere nel mondo in cui vive Dio stesso: ecco la ricchezza e la bellezza della fede contemplativa. Essa dilata i nostri orizzonti conoscitivi, ci apre al mondo di Dio, ci fa vedere al di là delle cose di questo mondo, dilata i nostri orizzonti conoscitivi verso la verità tutta intera.

Noi viviamo in un mondo profondamente inquinato dal peccato e dall'errore, un mondo smarrito, fuori della verità. Si rifletta sulle falsità con cui le masse sono state sedotte dal comunismo, dal nazismo, dall'Islam. dalle più assurde ideologie! Abbiamo bisogno di disintossicarci da questa atmosfera di falsità che ci circonda, di vedere come stanno le cose in realtà. La fede ci fa vedere le cose come le vede Dio stesso, come Lui le giudica; ci porta a penetrare la realtà con l'intelletto divino, a giudicare tutto con la sapienza divina.

La fede contemplativa si nutre di ciò che Dio ci rivela soprattutto mediante l'Incarnazione del Verbo, Parola di Dio che si è fatto Parola dell'Uomo. Nel Vangelo Dio ci ha detto tutto, e abbiamo, nei suoi princìpi, la risposta a tutti i quesiti umani. Per questo il Vangelo dev'essere il nostro Primo Libro. Ci sono sacerdoti che amano commentare la Parola di Dio con le povere parole umane, intrise di errori e di frammenti di verità: Gesù è la Verità, ed è sempre sproporzionato l'interesse che ci fa correre ad ascoltare gli uomini, quando abbiamo la Parola di Dio che è Gesù e il suo Vangelo! Maria si teneva bene a mente tutte queste cose, meditandole nel suo cuore (Lc 2, 19): per questo è per noi scrigno di verità. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta (Lc 10, 42).

Riflettiamo sul valore del silenzio contemplativo. Uno dei danni peggiori della vita moderna è l'ingombro indotto dalle sollecitazioni mondane, che soffocano il seme di Dio. Ci si alza a radio accesa, si corre trafelati al lavoro, si è assediati dalle persone, dalle preoccupazioni burocratiche, si accende la televisione, si cena guardando il video e ci si addormenta con il televisore acceso. E la preghiera? E il dialogo in famiglia? E la meditazione della Parola di Dio?...

 

Nell'accostarci al Vangelo dobbiamo tener presente quanto ci ha detto Gesù: "Le mie parole sono spirito e vita" (Gv 8, 63), e quindi si percepiscono come fatti vitali che coinvolgono tutto l'essere. Si accolgono per quella congenialità spirituale che è data da Dio stesso: "Nessuno viene a me se non è inviato dal Padre mio" (Gv 8, 65); congenialità che si ottiene con la purezza di cuore: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 4, 8). Non si accolgono senza quella libertà di spirito nei confronti altrui, per non essere inceppati dall'orgoglio umano: "Come potrete credere voi, che andate in cerca della gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene dal solo Dio?" (Gv 5, 44).

Le parabole del seme ci insegnano tante cose: seme che cade su terreni diversi (Mt 13, 1s), che si sviluppa nel silenzio (Mc 4, 26s), che cresce come il grano tra la zizzania (Mt 13, 24s), che diventa arbusto forte (Mt 13, 21s).

Gesù esige la sapienza di rinunciare a tutto il resto pur di possedere Lui stesso (parabola della perla preziosa: Mt 13, 44s). Esige costanza: "Se voi rimanete costanti nella mia parola sarete davvero miei discepoli, conoscerete la Verità, e la Verità vi farà liberi" (Gv 8, 31s)

 

Fede operativa: l'affidamento

La contemplazione ispira l'azione, la purifica, la illumina. Ecco che allora si rivela in pieno l'uomo di fede, e la fede si fa affidamento.

Affidamento è fidarsi di Dio a occhi chiusi e lasciarsi portare da Lui come un bimbo tra le braccia della madre. E' dargli carta bianca sulla nostra vita, sapendo fin dall'inizio che Dio scriverà nella nostra esistenza cose nuove e imprevedibili: non si tratta di fare un contratto su cose note, ma di prevedere che la vita si svolgerà con continue nascite successive ritmate dalla sua Provvidenza, sicuri che la sua vista trascende la nostra come il Cielo supera la terra (Is 55, 8), che Lui sa le nostre condizioni del momento e anche del futuro, sa dove vuole portarci e non può che portarci al meglio. Dio mi conosce e mi chiama per nome, dice il grande Newman.

L'Apostolo ci insegna un pricipio fondamentale nella vita di fede: "Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, poiché noi non sappiamo che cosa dobbiamo chiedere come conviene; ma lo stesso Spirito lo implora per noi con gemiti inesprimibili; e Colui che scruta i cuori sa quale sia l'anelito dello Spirito, sa che Esso prega per i santi come Dio vuole. Ora noi sappiamo che in tutte le cose Dio coopera per il loro bene con coloro che lo amano, che secondo i suoi disegni sono chiamati, poiché coloro che Egli ha distinti nella sua prescienza, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio, affinché Egli sia il primogenito tra i molti fratelli; e quelli che ha predestinati li ha pure chiamati, e li ha anche giustificati, e quelli che ha giustificati li ha anche glorificati" (Rm 8, 26s).

Lo Spirito Santo trascende la nostra visione. Un bambino non è in grado di vedere ciò che diventerà e che gli sarà necessario quando sarà adulto, ma lo Spirito Santo sa dove vuole arrivare, e orienta con aneliti inesprimibili, ossia ignoti al bimbo e avvolti nel mistero, le sue aspirazioni con la sua supercomprensione della realtà del fanciullo. Occorre che noi ci mettiamo in pieno affidamento al suo disegno, senza opporre resistenze, con la sicurezza che Dio vede e provvede, e che tutto dispone per il nostro meglio, che è la configurazione con Cristo. Infatti tutto è creato in Lui e in vista di Lui, e tutto ha consistenza in Lui (Col 1, 16s). Essere conformi a Cristo è il massimo della perfezione raggiungibile in terra e il massimo della gloria in Cielo. E' un programma gratificante, ricco di entusiasmo, nelle condizioni normali.

Di fronte a situazioni difficili. don Ruotolo invita ad affidare a Dio la soluzione dei nostri problemi con il motto: "Cuore di Gesù, pensaci tu!", e molte situazioni si risolvono per vie impensate, a volte miracolose.

Ma possiamo trovarci in vicoli chiusi senza via di uscita: un intervento chirurgico, un incidente grave, la morte: è Gesù in noi inchiodato sulla Croce! Non resta che dire: "Mio Dio, mi fido di Te! Nelle tue mani affido il mio spirito". Santa Cateria da Siena, caduta nelle mani dei nemici, disse loro: "Ora fate di me ciò che Dio vuole": torture, prigionia, uccisione? Sarà Dio stesso a guidare gli avvenimenti, e a noi non resta che piegare il capo e dire con fede ferma: "Sia fatta la tua volontà". Non ci sono compromessi possibili, in certe situazioni: pensiamo ai martiri di fronte ai tribunali: non è possibile fare i furbi, però: "Non temete coloro che possono uccidere il corpo; temete piuttosto colui che anima e corpo può mandare in perdizione nella Geenna" (Mt 10, 28s). "In quel momento lo Spirito del Padre parlerà in voi..." (Mt 10, 20s). Allora "il vostro dire sia sì sì, no no".

"Configurati morti eius" conclude l'Apostolo alla scuola di Gesù, che ci ha detto chiaramente: "Chi non porta la sua croce, chi non rinuncia alla sua stessa vita per me, non può essere mio discepolo" (Mt 10, 37 e parr.), e ci parla del grano che se non muore non porta frutto (Gv 12, 25), dandoci l'esempio di se stesso sulla croce: "Tutto è compiuto: nelle tue mani affido il mio spirito". L'affidamento elimina ogni paura.

Dio ha molti obiettori di coscienza, che dicono "Ma perché questo, perché quello... Se io fossi al posto di Dio, in un attimo il mondo sarebbe cambiato". Essi dimenticano che la nostra intelligenza è una scintilla, un lucignolo fumigante, di fronte al sole dell'intelligenza divina. Dire frasi simili è bestemmia: è preferire la nostra visione a quella di Dio.

 

Fede e miracoli

Spostare le montagne vuol dire anche fare l'impossibile, fare miracoli. Gesù ha dato il potere agli Apostoli di fare miracoli, e lo ha dato anche ai suoi discepoli di tutti i tempi: "E questi miracoli accompagneranno i credenti: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno serpenti, e se berranno qualche veleno mortifero non nuocerà loro; imporranno le mani su ammalati, ed essi guariranno..." (Mc 16, 15s).

La storia della Chiesa e le vite dei santi sono piene di miracoli, che a Lourdes vengono sottoposti al controllo di scienziati anche atei. Essi confermano le promesse di Cristo. Ma occorre tener presenti alcuni princìpi.

- Il potere di far miracoli è un carisma concesso da Dio a chi Lui vuole: non si può presumere di far miracoli per potere personale, quindi la pretesa di avere tale carisma mediante l'imposizione delle mani come avviene negli incontri di Rinnovamento è peccaminosa e illusoria (il movimento di Rinnovamento è inquinato da tre errori: l'imposizione delle mani avviene per via iniziatica legata al Pentecostalismo, di origine anglicana, quindi legata alla ribellione di Enrico VIII; c'è la pretesa di ottenere carismi straordinari mediante l'imposizione delle mani; c'è enfatizzazione esteriore della preghiera);

- è frutto di fede solida, ma può anche avvenire su influsso di Satana, come in Sai Baba;

- se non si fonda sull'umiltà, non esime dal rischio di perdizione, come dice Gesù: "Molti diranno: 'Signore, Signore, non abbiamo noi nel tuo nome profetato, e nel nome tuo scacciato i demoni, e operato nel tuo nome molti miracoli?'. Allora io dichiarerò pubblicamente: 'Io non vi ho conosciuti: via da me voi operatori di iniquità!' " (Mt 7, 21s).

Occorre tuttavia ricordare il comando di Gesù rivolto particolarmente ai sacerdoti: "Nel mio nome sanate infermi, risuscitate morti, mondate lebbrosi, scacciate i demoni..." (Mt 10, 8s ). Se si ha fede, si ottiene.

Il nostro aiuto è nel nome del Signore, che ha fatto Cielo e terra (Sal 123, 8). Non nelle nostre forze, sia ben chiaro. Pietro era sincero quando disse a Gesù: "Ti seguirò fino alla morte" (v. Mt 26, 35 e Parr.), ma non aveva ancora sperimentato a sue spese ciò che aveva detto Gesù: "Senza di me non potete far nulla" (Gv 15, 8). La fede comporta il trasferimento della nostra sicurezza in Dio: "Tutto posso in Colui che mi dà forza" (Fp 4, 13).

E anche: "Vegliate e pregate pere non cadere in tentazione" (Mt 26,).